Their Mortal Remains

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Cosa rimane di questo Viaggio? Sei pronto? Davvero? Ne sei sicuro? E allora, fa il primo passo, avanti. Entra. Varca la soglia. Cadi nella botola.

Di questo Viaggio, cosa resta?
Non le piccole creature
che facevano capolino tra le pagine ingiallite
dei libri per bambini
da tempo sono tornate a giocare nei boschi tra le colline
con il Pifferaio Magico ed il suo corteo di fate.

Ci sono le loro microscopiche orme, ben mimetizzate tra le righe delle lettere decorate con i disegnetti infantili. Lì. Lì, se guardi attentamente, e sai cosa cercare, puoi vederne una. Tra le parole “Dear” e “Jen”. Ed un’altra nella nuvoletta di inchiostro nero che copriva il disegno del Cappellaio Matto. Là, dove scriveva “non posso disegnare me stesso”.

Cosa rimane alla fine di questo viaggio.
Alle spalle le rovine di un muro crollato,
e se guardi con attenzione
tra le alte ciminiere dell’antica centrale in disuso
vedrai forse ancora qualcosa volteggiare.

Le scritte ed i graffiti sono come tatuati sui grandi mattoni. Urla mute. Non perder tempo a guardare in alto. Pensa piuttosto a cercarti un riparo, e a portare con te chi ami.

Cosa rimane alla fine di questo giorno.
Forse le note sospese, gli echi, le risonanze
luci, ombre, colori, varchi dischiusi tra le dimensioni
congiunture di spazio e tempo
riflessi, portali occultati nelle pagine di un fumetto.

Un eterno cercare la porta da cui si era entrati. Un eterno vagare nel labirinto. Le pareti sono specchi. No, meglio. Le pareti sono schermi. Ci sono vite intere che scorrono. Ti vien voglia di fermarti a guardare. Ti vien voglia di lasciare che le immagini, i colori, e quelle note che scorrono non sai più se solo nella tua testa, o ovunque, attorno a te, ti ipnotizzino. Ma è proprio così che si perde la direzione. Ci si smarrisce. E si dimentica quali passi sono stati già percorsi.

Non restano che tutte le parole
che hanno dato fuoco e voce
ad ogni più profonda angoscia
e spento paure in una fredda camera
dalle finestre rigorosamente e perfettamente insonorizzate
a picco su una anonima autostrada congestionata.

La sua Voce. Roca, graffiata. Ridotta ad un lamento. Ridotta a mormorio. E poi perduta. Parole: lenti di ingrandimento capaci di magnificare dettagli infinitesimali, granelli di polvere tra gli ingranaggi, giocattoli chiusi nella scatola in soffitta, segni di Vita che cerca di farsi strada. Il suono tutto incorpora, e tutto sostiene. Hai 15, 17, 18, 20, 22 anni. Passa avanti. Se sei in grado. Qualcosa di quello che sei stato resta. A volte lo rileggi in controluce. Nostalgia, amara. Si impara a convivere con le proprie cicatrici. E a riconoscerle sulla pelle di chi ci passa accanto.

Ormai la Macchina è emersa dalle sabbie
ha soggiogato i nostri Sogni, annegato i nostri Dubbi
Le abbiamo affidato ogni grammo delle nostre Vite
Pecore belanti estraniate ed ipnotizzate da miliardi di schermi azzurri
Lei l’ha preso, e divorato.

Nasciamo, viaviamo, amiamo, soffriamo. Moriamo. Su una corda tesa e sottile. Forse sapremo ritrovare empatia e capacità di comprensione. Non ci vedremo più nemici, ma legati come schiavi allo stesso remo. E uniti spezzeremo le catene. Ci riprenderemo le nostre Vite. Torneremo Umani. Forse no. E allora meriteremo la servitù. Meriteremo di vedere le nostre ossa, la nostra carne usate per lubrificare i gelidi ingranaggi.

Cosa resta alla fine del giorno
Cosa resta alla fine del viaggio
Le teste si parlano, ma non prestano più ascolto
E lentamente arrugginiscono
sullo sfondo di un tramonto finto

Sappiamo. Fingiamo di ignorare. Restiamo fermi, per orgoglio. Incapaci di perdonare, andare oltre, incapaci di perdonarci. Incapaci di fare un solo passo, incapaci di avvicinarci. Parliamo, non ascoltiamo. Così lasciamo che il Tempo scorra, metta anni su anni alle nostre spalle. Irrigidisca i nostri movimenti, congelI i nostri pensieri. E alla fine questo resta. Teste di latta immobili all’orizzonte, addormentate.

Apri gli occhi, volgi lo sguardo indietro
il fiume è alle tue spalle
qualcuno cerca ancora un equilibrio
ritto sulla prora della sua barca
solo un attimo prima di lasciarsi andare.

Contempli il fiume. Acqua di tenebra, acqua di luce. All’orizzonte il chiarore dell’Alba, dove tutto questo è iniziato, col sottofondo del rumore che si fa suono, e poi musica. La barca ondeggia, segue il ritmo della corrente, segue il ritmo del respiro. Poi resta ferma. E tutto è silenzio.

Alla fine del Viaggio restano le lacrime
Restano le nostre lacrime
Restano tutte le nostre lacrime
quando le luci si riaccendono un’ultima volta
su uno spettacolo vecchio di oltre un decennio
che gira in loop nella tua testa
Tornano le note
Quello che resta è nostalgia
e un rimpianto che non ha un nome
per qualcosa che tutti sappiamo
senza saperlo dire.
Alla fine del Viaggio
ci siamo Noi
quel che avremmo voluto essere
e quel che se ne è andato
assieme alla Stagione dei Prismi, dei Diamanti, dei Miracoli

Posted on 14 settembre 2017 in Category 1

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